E’ finito il tempo della diplomazia
Hanno onorato il livello minimo della decenza lasciandogli qualche ora di pace, poi hanno ripreso a discettare intorno alle sue parole con perfetta noncuranza del contesto, quasi fingendo che quella sentenza sull’impegno americano in Afghanistan non fosse l’ultima; come se Richard Holbrooke avesse potuto replicare anche da morto. “Voi dovete fermare questa guerra in Afghanistan” sono state probabilmente le ultime parole che il rappresentante speciale degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan ha pronunciato,
12 AGO 20

Holbrooke ha detto queste parole a un chirurgo pachistano mentre lo portavano in sala operatoria, poco prima che l’anestesia facesse effetto. A parte l’oggettivo cambiamento di senso rispetto alla versione del giornalista collettivo, l’ultima nota di Holbrooke rende l’idea di una personalità indomabile e appassionata alla nazione – e alla promessa che la nazione americana contiene, con tutti i suoi potenziali di sogno e “pursuit of happiness” – una personalità che mentre guarda in faccia la morte riconosce sullo sfondo un medico pachistano e lo apostrofa come farebbe un san Filippo Neri secolarizzato: state buoni, se potete, voi pachistani. Le parole dette nella confusione degli ultimi momenti sono rimbalzate alla vociante comunità politica, che dalle condoglianze è passata direttamente all’analisi diplomatica dell’ultimo respiro. Certo, il “bulldozer” non ha lasciato corredi su cui ricamare: se n’è andato in fretta così come era andato di fretta negli ultimi quarant’anni e ha trovato che la cosa più pressante da dire prima di spegnersi riguardasse il conflitto in Afghanistan.
Venerdì Holbrooke era a un incontro con il segretario di stato, Hillary Clinton, nel suo ufficio al dipartimento di stato; ha sentito una fitta al petto e ha preso a sudare freddo. Quando lo hanno trasportato d’urgenza all’ospedale, i medici hanno scoperto una dissecazione dell’aorta: le pareti del tubo che porta al cuore si sono separate e in mezzo agli strati di tessuto si è infilato il sangue, che ha aperto la divaricazione fin dove ha avuto forza. Esternamente il vaso è intatto, ma dentro convivono due cerchi concentrici che non sono più saldati come dovrebbero e l’intero impianto diventa improvvisamente debole, esposto a una esondazione a cui non si può opporre quasi nulla. Mentre i medici lavoravano per più di venti ore sull’aorta di Holbrooke, alla Casa Bianca il presidente, Barack Obama, e la moglie Michelle pregavano perché le cose andassero bene; in realtà pregavano per un miracolo, perché la scienza medica stava giocando la carta più estrema; quando i medici hanno richiuso l’incisione, le sue condizioni erano critiche, troppo per sopravvivere. Lunedì sera il “gigante della diplomazia”, come lo ha chiamato Obama, ha lasciato il mondo delle cose conosciute, delle relazioni instabili, dell’Afghanistan irredimibile e del Pakistan infedele, quello degli accordi sui Balcani, delle risoluzioni di pace, il mondo dell’ossessione del Vietnam, quello dei Pentagon Papers, di Foreign Policy, dei giornalisti petulanti e dei generali a quattro stelle con cui sembra impossibile andare d’accordo; ha lasciato una moglie, Kati Marton, la terza di una carriera amorosa balcanizzata, e due figli nati da un matrimonio precedente.
Se la nuova destinazione diplomatica di Holbrooke riporta alla madre delle domande, sull’accompagnamento dall’aldiquà, il diplomatico americano ha ricevuto una catena di condoglianze che risulterebbero sproporzionate anche per certi segretari di stato della storia americana: Obama ha detto che Holbrooke “ha reso l’America più forte, più sicura e rispettata”; Hillary Clinton ha pianto la morte di uno dei “più coraggiosi servitori della nazione”. Il presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari ha telefonato alla moglie per fare le sue condoglianze e così ha fatto anche il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, l’uomo con cui Holbrooke ha più volte fatto a cornate nell’ultimo anno; l’ex ministro degli esteri di Kabul, Abdullah Abdullah, ha detto che Holbrooke “perseguiva la sua missione non solo professionalmente e con grande dedizione verso gli Stati Uniti, ma anche come vero amico dell’Afghanistan”, forse il complimento che avrebbe fatto più piacere se gliel’avessero fatto da vivo. I rappresentanti dell’area di cui si occupava Holbrooke a partire dall’insediamento dell’Amministrazione Obama si sono uniti per il lutto. Anche a Roma, sia il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sia il ministro degli Esteri, Franco Frattini, hanno interrotto per un attimo le attività di una mattinata incandescente per ricordare la “leggendaria determinazione” di Richard Holbrooke.
Esiste, com’è ovvio, una ritualità pubblica del lutto, specialmente nell’ambito non sempre decifrabile delle verità diplomatiche; ma con Holbrooke si sono travalicati i limiti del ruolo e della competenza, per arrivare al puro riconoscimento di quasi cinquant’anni di lavoro, al semplice, inestimabile rispetto per una figura che è riuscita a “torreggiare” (parola di Obama) senza mai esporre per intero la sua altezza; senza mai lasciare intendere fino in fondo quanto fosse decisiva la sua posizione. Per paradosso, il riconoscimento più significativo alla memoria di Holbrooke è il fatalistico messaggio d’esultanza arrivato dai talebani: “La lunga guerra in Afghanistan e il declino degli americani nel fronteggiare la guerriglia ha avuto un effeto letale sulla salute di Holbrooke”, ha scritto un gruppo di talebani dal sud dell’Afghanistan, quasi a rivendicare il trofeo: siamo noi che abbiamo indebolito l’invasore americano, lo abbiamo demoralizzato, reso nervoso, lo abbiamo privato del sonno e costretto a una vita disumana, lo abbiamo fatto correre qua e là come un tennista a fondo campo e anche il più robusto dei mastini non ha potuto reggere alla nostra pressione. Il suo cuore non ce l’ha fatta. Anche senza i talebani, Holbrooke non avrebbe fatto altra vita rispetto a quella che ha fatto e – probabilmente – non avrebbe avuto una morte diversa; una morte salutata da una palma del martirio a stelle e strisce, con gli onori che si riservano agli uomini di valore. Non necessariamente ai primi della classe: Holbrooke non è mai stato in cima alla lista, ma si è sempre schierato fra i vincitori di fatto. Avrebbe dovuto essere messo a capo di Foggy Bottom per due volte, nel 2000 e nel 2004, se soltanto avesse vinto almeno uno fra Al Gore e John Kerry; Bush non ha lasciato scampo agli avversari democratici, e negli occhi di Holbrooke era impresso un film clintoniano che al presidente venuto dal Texas non poteva piacere; negli anni di Clinton ha mosso nei Balcani i passi decisivi della carriera e quando si è affacciata una nuova Amministrazione democratica, con grande ironia si è trovato chiuse le porte del dipartimento di stato da una Clinton.
Del resto, dai Balcani era uscito non senza qualche controversia, di quelle che nell’ora del lutto sono tornate fuori. Ieri, Radovan Karadzic ha offerto dalla prigione di Scheveningen le condoglianze alla famiglia di Holbrooke, ricordando a tutti la polemica scatenata all’indomani della sua cattura, quando Karadzic raccontò che Holbrooke era la mente di un accordo fra americani e nazionalisti serbi che gli garantiva l’impunità. Il diplomatico ha sempre smentito, ma non ha mai negato di essere un convintissimo sostenitore della realpolitik.
Tono assertivo, concetti chiari, personalità schiacciante, energie cautamente porzionate e ridistribuite secondo una scientifica tabella di priorità, così Holbrooke è passato dal Vietnam – è stato uno degli autori dei Pentagon Papers – alla direzione di Foreign Policy, ai Balcani, alla Germania, agli incarichi da manager per Credit Suisse e Lehman Brothers per poi tornare alla carriera diplomatica con la disinvoltura di chi sa di essere abbastanza potente da non dover mai stringere la mano a nessuno. Di lui il direttore della New America Foundation, Steve Coll, dice che era l’uomo più accessibile dell’ambiente, ma al massimo per cinque minuti; nella sua introvabilità non c’era snobismo, soltanto l’eterna esigenza di risolvere problemi, sempre e comunque a modo suo. E’ rimasta famosa la frase appioppata a Holbrooke da Henry Kissinger: “Se Richard ti chiede qualcosa, devi dire di sì. Se dici no, alla fine dirai di sì, ma il passaggio dal no al sì sarà molto doloroso”. Naturale che un uomo così se ne vada circondato da tutto questo rispetto.